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25 Aprile 2018

Percussioni Industriali e Realismo Terminale

Sabato, 27 Luglio 2013 15:18

Collaborazione di Percussioni Industriali con il poeta pluripremiato Guido Oldani

La ricerca di continua contaminazione tra le arti di Percussioni Industriali incontra anche la poesia!
La compagnia partecipa attivamente al movimento del Realismo Terminale di Guido Oldani creando una sinfonia in tre movimenti ispirata dai testi del poeta, sinfonia che esprime, attraverso l'arte di Percussioni Industriali, i punti salienti di questa visione poetica e si fa portavoce delle trasformazioni antropologiche che il mondo sta subendo in questo secolo.

La visione poetica di Guido Oldani

Dopo futurismo, ermetismo, surrealismo e neorealismo, la realtà umana ha raggiunto un punto di non ritorno: il "Realismo terminale". Intervista a un poeta e critico che non teme le barriere del pensiero, e riflette su come la poesia continui rapportarsi alla realtà, nel tempo.

Geniale inventore di questo movimento poetico è Guido Oldani, poeta pluripremiato eppur uomo dai gusti semplici, ricco di sorriso e autoironia, fautore di un'Italia che torni al lodare le fatiche dei suoi nonni e bisnonni.
Collabora con Affari italiani e il quotidiano L'Avvenire; è direttore artistico della collana Argani della casa editrice Mursia, nonché fondatore del Tribunale della poesia. Ha pubblicato dal 1985 a oggi molte raccolte poetiche da Stilnostro a Sapone, passando per Il cielo di lardo e per ultimo La faraona ripiena.

Nato da acute osservazioni, raccolte in un quaderno di lavoro, il Realismo Terminale è la nuova visione poetica del secondo decennio del secolo XXI. E' un realismo dal carattere originale, la cui poesia è breve eppur intensa e rappresenta con ironia le trasformazioni antropologiche del mondo. In poche parole ben configura la triste realtà dell'orizzonte d'attesa di oggi.
Questi concetti, un po' generici e confusi si comprendono meglio dalle parole sarcastiche di Oldani, la cui figura di poeta e critico letterario non abbisogna di presentazioni.

Quali sono le cause del "Realismo terminale"?
La causa è un problema a sé, compito del poeta è registrare l'accadimento. Ad ogni modo si può constatare che la maggior parte della popolazione umana s'è rovesciata nelle principali metropoli mondiali. Sicché il flusso antropologico ha al pari delle glaciazioni un effetto mondiale. L'accadimento è irreversibile, anzi è in continua espansione. Da questo punto di vista per traslazione la mia è una delle poche teorie letterarie storiche di respiro mondiale. Gli uomini si ammucchiano, perseguendo un fenomeno iniziato con le rivoluzioni industriali d'Inghilterra, alla ricerca dei prodotti; in primis quelli alimentari, successivamente quelli d'uso comune. E' nata così una miscela fra essere umani e inumani talmente potente da relegare in un angolo la Natura come paradigma di perfezione e bellezza.
Siamo davanti a una rivoluzione copernicana antropologica: l'uomo non è più al centro, perché lì ci sono gli oggetti.

Così passando dal piano antropologico a quello letterario si giunge al realismo terminale, ossia...
Cambia poeticamente la relazione soggetto-oggetto. Noi uomini siamo il complemento oggetto e gli oggetti sono i soggetti. A questo punto l'unica espressione che ci resta per parlare è la similitudine, ma l'uso che ne facciamo è improprio o meglio ribaltato. Quante volte si dice: "quella ragazza ha una carrozzeria da favola". Come? Una volta la donna non era paragonata al fiore più meraviglioso! Adesso di contro è paragonata a una cosa tangibile, per l'appunto la carrozzeria dell'auto! Allora noi stessi abbiamo invertito le leggi di natura e non ce ne siamo mai accorti a differenza.
Per questo la similitudine rovesciata è la figura retorica più adeguata per la mia poesia realista. Consiste nel realizzare un paragone basato sulla relazione che è la natura ad assomigliare all'oggetto. Il nostro mondo è rovesciato e allora anche la poesia rovescia i suoi canoni.

Perché l'attributo "terminale" e se davvero questa società si rapporta agli oggetti, potrebbe essa rapportarsi anche ai numeri e un corollario potrebbe essere il realismo numerologico?
Realismo perché la poesia va a diretto contatto con la realtà, ma è terminale giacché il pellegrinaggio degli uomini verso nuovi orizzonti è concluso. Adesso è l'oggetto a dettar legge.
Il realismo terminale prende l'avvio proprio dall'analisi dei numeri quotidiani e quindi già incarna la realtà dei numeri. Forse la mia analisi potrebbe portare a una categoria grammaticale, quella dell'onomatopea, che possa esprimere l'oggetto. Oggi come oggi potremmo dir che il gatto soffia come il fischio della pentola a pressione, nessuno si stupirebbe più di nulla.

Di fronte a tale sconvolgente scenario di vita la poesia perde il suo canone espressivo, ritmico e contenutistico?
Niente affatto! La poesia conserva il suo canone che si rinnova, ma mantiene un alto valore di espressività.
Dal punto di vista metrico, invece, la poesia è sostanzialmente fatta di endecasillabi asimmetrici, perché nulla è più simmetrico in questa epoca.

Una caratteristica del tutto particolare, notata da più studiosi è la non presenza della maiuscola in tutte le composizioni. Perché questa scelta?
Semplice: in un mondo in cui nulla conta più, niente deve essere reso evidente rispetto ad altro. Si tratta di una scelta linguistica strettamente correlata a quella etica.

Osservando l'aspetto icastico delle sue poesie, quello fonologico e quello grafico a quali celebri scrittori si ispira?
Come prima cosa c'è da dire che la mia poesia prosegue una linea dantesca, mai troppo amata in Italia e più apprezzata in Europa, la cui valenza principale è etica, lirica. Quindi non amo i poeti sdolcinati, ma quelli dal verso forte. Nel Novecento direi Clemente Rebora, il suo verso "da pugile". La linea petrarchesca mi è estranea come gusto. Nelle orecchie ho il lavoro della gente, la fatica.
Fra i principali ispiratori ci sono gli scrittori russi dell'Ottocento: Gogol, Cechov, Dostoevskij e Tolstoj, per il vigore e la chiave etica disattesa e bestemmiata. Mi piace l'arte "artigiana" che nasca dal sudore della fronte del fabbro e del panettiere. La mia poesia mette in scena la fisica, non la metafisica. Essa punta diretta alla realtà.

Da sempre la poesia è nata dalle emozioni private e universali, conturbate da atmosfere talvolta liete, altre volte sofferenti oppure dai languidi amori degli amanti o del desiderio per l'amata; nel tuo caso, invece, la poesia scaturisce dall'osservazione dei piccoli frammenti del quotidiano come osservar una betoniera o il salvataggio eroico dei vigili del fuoco, quale animus ti aiuta a trovar i versi di fronte a queste immagini?
E' insito in me da sempre. Io ho fatto una vita astratta, ma popolare. Io gli operai li ho vissuti, li ho visti. La nostra civiltà ci ha messo in testa il Realismo Terminale e poi ribadisco che la mia poesia scava nella realtà urbanizzata e non si genera dallo sdolcinamento del mio animo.

Come ultimo parametro di analisi abbiamo poi rivisto alcuni aspetti dell'italiano attuale. Sorprendentemente egli non abbraccia la divisione diacronica dell'italiano secondo la linguistica. Per Oldani non esiste un italiano standard riconosciuto come lingua scritta corretta grammaticalmente, bensì o c'è l'italiano della burocrazia (quello ai più incomprensibile) o il vivace dialetto.

Dice Oldani: l'italiano di oggi è lingua senza carne. Il dialetto è lingua viva, colorita; non si può e non si deve perdere.

Il mondo contadino, talvolta appare appena celato fra i suoi versi, è figlio di una nostalgia? E quell'elemento acquatico che ricorre più volte...
Guardi più che nostalgia, intendendola come sentimento voglioso di tornar indietro, direi "rispetto col cappello in mano verso queste figure epiche ben lontane dal mito". Quest'ultimo è solo figlio di riflessi scolastici. Il mito erano i miei nonni, erano quelli dell'assalto alla baionetta.
Per quel che riguarda la sua osservazione sull'elemento acqua, le dirò che io sono innamorato della pioggia, non so cosa farmene del sole. Mi piacciono le pozzanghere con dentro gli animaletti senza futuro. Pensi alle chiocciole che si sotterrano, c'è una vita nella pioggia straordinaria, la pioggia mi dà conforto, mi fa ringiovanire, rifiorire. C'è un amore per i fiumi. Adoro l'acqua dei fiumi; il fiume è pericoloso, esigente. Poi una particolare attenzione affettiva per i fossi, i canali delle nostre campagne. Queste nate da mani che hanno scavato, da sangue sputato, da lavoro, muscoli giganteschi, pane. C'è gente che s'è spaccata la schiena, lì c'è una vigoria. La nostra nazione dovrebbe recuperare queste storie, siamo figli di schiene che erano locomotive.

Ci sono altre arti che possono collegarsi in qualche modo all'universo urbano del realismo terminale?
Indubbiamente sì, credo sia assolutamente possibile. Ci sono esperimenti in corso col professor Stefano Pizzi, cattedra pittura accademia di Brera. Alcuni suoi studenti stanno cercando di esprimere questa poetica in pittura. In che modo? E' possibile descrivere l'assiepamento di persone, l'accatastamento delle case collegate fra loro tipo catene.
C'è anche in corso un esperimento con il gruppo musicale delle Percussioni industriali. Questi artisti stanno realizzando una sinfonia in cui c'è un mio testo poetico ne segue una prima sinfonia, un secondo e così via fino al terzo movimento. Si esprimono prima la pioggia dei corpi umani, il secondo gli attriti. L'attrito è forse il linguaggio, il rumore o meglio la parola della città. Il terzo immagina un'improbabile convivenza di questo scatolame umano. Si tratti di embrioni musicali.

Che tipo di valore educativo può avere una poesia così dissacrante eppur ironicamente simpatica?
Innanzitutto io non mi sento pessimista. Non si pensi che il realismo terminale porti a considerazione disastrosa del nostro futuro. Il poeta registra con linguaggio vigoroso l'attualità, ma non è suo compito definire futuri sociali o politici o economici o antropologici. Non c'è solo uno scenario pessimista, tutto ciò che ora è così com'è può essere il preludio per un mondo diverso. Più correttamente diciamo che questa fase di transizione è inevitabile e porta il tipico scoraggiamento dei grandi cambiamenti. Il poeta, a differenza dei filosofi attuali, ha più coraggio e con termini dissacranti e sarcastici inscena quel che siamo senza disperdersi su futuri argomenti di cui oggi si discute. La mia è una poetica interpretativa che sta portando "le carte in tavola" per modificare le forme dello stato. Non solo politico, ma per l'appunto status umano. Uno stato che può diventare anche pericoloso, appaia tendenzialmente impaurito e fa errori che possono risultare pericolosi per la nostra vita sociale. Oggi i valori sono raschiati e nel mondo c'è tanta reticenza.

Attraverso queste affermazioni Guido Oldani ci mette davanti a una condizione di resistenza, un cui noi dobbiamo resistere agli oggetti che abbiamo inventato; questa stessa condizione può portarci più avanti a una situazione di resilienza. Il bello è che noi spesso non sappiamo di esserci dentro. Oppure scappiamo dal timore. La paura ci zittisce, l'oggetto ci fa testimoni del nostro rango sociale.
Continuare a oziare in questa condizione non ci porta a nulla, bisognerebbe avere il coraggio di ritirarci su, con quella schiena come una locomotiva e riprendere noi il controllo della nostra vita sociale, politica e artistica.
Se il romanticismo pessimista (frutto delle osservazioni pensose) di Leopardi ha poi radicalmente mutato il cosmo poetico della poesia del Novecento, a cosa può portare la radicale rivoluzione enunciata da Oldani?

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